Di Lohengrin, piedi nudi e contestazioni.

Milano, Teatro alla Scala. Fuori è arrivato l’inverno e sotto la neve inizia il consueto balletto di grandi personalità e signore impellicciate di qua, striscioni, fumogeni e cordoni di polizia di là. Tutto come tradizione. Dentro, la prima del Lohengrin, opera ancora giovanile ma già vicina, per tematiche mitologiche, ambientazioni e spunti compositivi, alla produzione principale di Richard Wagner. Io, purtroppo, ieri sera non ero né dentro né fuori la Scala, ma ben accomodato sul divano di casa per seguire la diretta di Rai5. Qui alcune impressioni, con tutta la modestia di un musicofilo che non ha mai scritto di classica.

(Partiamo con) La regia, ovvero la parte più discussa, come da copione. La scenografia di Christian Schmidt è buia, opprimente: non più le rive del fiume Schelda e il X secolo, ma una trasfigurazione del salotto ottocentesco da dramma borghese, di viscontiana memoria, con tanto di pianoforte, cappelli a cilindro e un losco Telramund più vicino a un alto burocrate brillantinato che a un conte altomedievale. Il regista Claus Guth (contestato molto, ma non moltissimo, sul proscenio) ce la mette tutta per trasformare il mitizzante eroe wagneriano in un complesso di colpa freudiana ambulante, costruendo una complessa rete di simbolismi (i due doppelgänger di Lohengrin ed Elsa, le piume del cigno, i piedi scalzi, i rotolamenti e tic nervosi e spingimenti e respingimenti tra i protagonisti) che a conti fatti pecca di eccessiva didascalicità, una plasticità del sentimento che rischia più volte di cadere nel grottesco. Ma in tutto questo e nonostante i suoi limiti, la figura di un Lohengrin eroe fragile, non più immacolato nella sua designazione divina ma umano, troppo umano nella sua incapacità di sopportare quella perfidia perfettamente incarnata dalla coppia Friedrich-Ortrud, fa riflettere, obbliga a pensare e, in ultima battuta, si fa perdonare ogni scivolone al cospetto di un finale tragico nella sua monumentalità.

I ruoli vocali. Kaufmann è bravo, salvo scoprirsi infine bravissimo nell’apice dello svelamento di Lohengrin, un dispiegamento di potenza vocale intensissimo. Annette Dasch, chiamata come sostituta della sostituta della titolare Anja Harteros, entrambe messe fuori combattimento dall’influenza (altro must della prima scaligera), regge il ruolo in modo eccellente e merita comunque un applauso in più per il coraggio di presentarsi in scena con un viaggio notturno alle spalle e una sola, parziale prova del III atto in saccoccia. Passando ai villani, per un Tómas Tómasson nei panni di Friedrich, tutto sommato bravo ma tendente alla stecca plateale, c’è una Evelyn Herlitzius che riesce a dare vita a una Ortrud incredibile, di una perfidia che la fa assomigliare a una Crudelia De Mon diretta da un Tim Burton particolarmente ispirato. Per lei applausi scroscianti e una pioggia di rose al proscenio, tutto meritatissimo. Infine, un coro splendido, specie nel sostenere le complessità sceniche del secondo atto.

La conduzione. Una ouverture morbida, un secondo atto delicatissimo, un inno nuziale che non cade nel cliché della marcetta e anzi esprime al meglio tutta la sua carica tragica, un finale magistralmente condotto ed eseguito fino all’apice del disvelamento, con il fatidico «ich – bin Lohengrin genannt» sostenuto da un’orchestra poderosa, affiatata, impeccabile. Barenboim si (ri)conferma un direttore eccellente, attento alle sfumature e capace di infondere un carattere personale che non si sovrappone alla composizione, ma ne esalta la dirompente forza espressiva. Bravissimo.

Note di merito sparse. Michele dall’Ongaro, semplice e conciso nello spiegare l’opera su Rai5 nonostante i tempi stretti della diretta; il team di @teatroallascala per la diretta perfettamente eseguita, pur nella difficoltà di trasporre in 140 caratteri un evento operistico di questa portata; gli altri che hanno seguito e commentato via Twitter questa prima, esempio interessante di come l’opera può uscire dal circuito delle poltrone a tre zeri e diventare evento culturale crossmediale; la Rai, infine, che quando vuole sa ancora fare un vero servizio pubblico.

Appendice: la diatriba Wagner vs. Verdi. Basta. Veramente, basta. Se siete così duri di comprendonio, ve lo spiega direttamente il M° Barenboim: Richard Wagner è nato a maggio 1813 e la prima di Sant’Ambrogio 2012 è giustamente per lui; Giuseppe Verdi è nato a ottobre 1813 e la prima di Sant’Ambrogio 2013 sarà, coerentemente, La Traviata. Punto.

Ascoltate i preludi del #Lohenegrin, ascoltateli con gli occhi chiusi, voi che apprezzate i #sigurros#PrimaScala #rai5 #emozionepura
@giusambr
L'OnorNon èChirurgo

(foto © Ansa)

A proposito di Dan

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