There Will Be Blood – Wherever You Go (autoprodotto, 2011)

This is the story of a man. A man who used to have everything. A house, a family, a life, a soul. And he lost it all. He made a choice, but he chose wrong. And trying to make up for his faults, he condemned himself. Now he wanders alone, along a dark road that goes nowhere. Wherever he goes, there will be blood.

Fossimo negli anni ’70 lo chiameremmo concept album, con tutto lo spettro di prog-rock prolisso e cervellotico che il termine si porta dietro. Ma in realtà quello che accade qui è semplicemente -si fa per dire- il Blues: non tanto le dodici battute, blue notes e V-IV-I-V, quanto il suo immaginario narrativo, il corpus di miti e leggende, di riti e tradizioni che è narrativa orale, popolare e popolata di topoi universali che vanno a costituire quell’immaginario mitologico/metafisico che sta dentro -giusto per prendere una goccia nell’oceano- la divertita e universalmente nota Hoochie Coochie Man. I There Will Be Blood si ricollegano idealmente a questa vena narrativa che arriva dai campi di cotone del Sud segregazionista dei primi ‘900, passa dalla Chicago elettrica degli anni ‘40 e attraversa in diagonale le carriere dei singoli artisti che di (e in) questa musica hanno vissuto. Robert Johnson raccontava nel 1936 di come fosse andato a inginocchiarsi in mezzo a un crocicchio per evocare nientemeno che Sua Maestà il Diavolo in persona, e se quel chitarrista di Hazlehurst, Mississippi avesse letto Stephen King (o viceversa, che non è da escludere) ne sarebbe venuto fuori qualcosa di molto simile a questo album. È una storia che cominci a leggere appena ti trovi il cd fra le mani: there will be blood wherever you will go. Una storia di sangue, polvere e disperazione, che prende avvio da  quella The Blood che compariva nell’ep di esordio, appropriatamente titolato Prologue, e che poi è migrata qui pressoché intatta. Un canovaccio, una suggestione fatta di frasi spezzate con un protagonista immaginario e a dir poco pittoresco, come tutti i personaggi della tradizione blues: un uomo maledetto, un pazzo chiuso in manicomio, un istrione che si diverte a provocarti, un bestemmiatore incallito. Un uomo abbandonato da dio e fregato dal diavolo, che è poi la storia eterna del blues. Un abile narratore, a volte prolisso, altre volte insondabile, posseduto dall’anima di Son House (sua l’unica cover, Death Letter, che poi cover non è perché parliamo di blues) e insieme un personaggio dotato di dignità letteraria che esprime una rabbiosa e umanissima disperazione. La resa musicale è tesa ma istintiva, gutturale. I There Will Be Blood si cimentano in modo egualmente impeccabile con lo strumentale desertico alla Kyuss (Coyote), con la tensione blues-rock dei Black Keys (White Walls e circa tutte le altre), con la nevrosi dei White Stripes (confrontare la loro versione di Death Letter per conferma) e danno ampiamente mostra di aver assimilato con coscienza la lezione dei Jon Spencer Blues Explosion così come quella dei loro omologhi italiani che iniziano per Bud. Vale la pena di andare a ripescare Prologue anche solo per rendersi conto della crescita stilistica che in pochi mesi ha portato il trio da un sound già instradato ma ancora acerbo all’attuale suono possente, energico e selvaggio, che anche dal vivo non perde una virgola in intensità né fa rimpiangere l’assenza di un basso nella formazione, spesso pecca insormontabile di tante formazioni centrate sulle chitarre. Menzione d’onore al packaging (quando vi ritroverete il cd fra le mani scoprirete perché) e alle stupende illustrazioni realizzate da Fumatto, una per ogni traccia del disco.

(originariamente pubblicato su Viva! Varese Magazine, gennaio 2012)

Update: i There Will Be Blood entrano nel roster di Ghost Records e Wherever You Go è ora disponibile in modalità name-your-price sul Bandcamp dell’etichetta. Prendetene e scaricatene tutti.

A proposito di Dan

Siccome parlare di musica è come ballare di architettura ma io non so ballare, qui scrivo di musica. » About
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