Tsuna – Rightful Size Of Fear (autoprodotto/Ghost PR, 2011)

La vena folk parrebbe fertile da queste parti. C’è chi si dedica a portare in giro il verbo di Dylan, chi segue le orme intimiste di Nick Drake, chi ci sperimenta sopra. Ecco, Tsuna (Andrea Tomassini) si piazza in quest’ultima categoria: prende il cantautorato folk di stampo tradizionale e gli inietta dosi massicce di sonorità pescate in una zona crepuscolare a metà tra New e Dark Wave. Il suo è un folk ipertrofico e schizofrenicamente diviso tra inquietudine sonora post-rock e ritornelli quasi ammiccanti, ma con misura, in direzione pop. Rightful Size Of Fear è un album sospeso tra l’intimismo di un Elliott Smith, l’oscurità di un Nick Cave, il controllato disordine dei Current 93, il post rock dei Mercury Rev misto, come detto, a certa New Wave genitrice di Smashing Pumpkins e compagni.
I testi, come in tutto il folk, sono un elemento chiave della composizione e qui sono stati amabilmente confezionati in un bellissimo packaging in stile illustrazione russa primi ‘900. Tom Pendelvale apre il disco e l’atmosfera acustica è quella che ti aspetteresti da un novello Nick Drake: arpeggi intrecciati, accompagnamento scarno e quel generico senso di inquieta rilassatezza che incrina appena la voce; ma è una finta, e già da Twist Yourself As One si percepisce qualcosa muoversi sotto la scorza folk-rock. Perché Rightful Size Of Fear, come ogni album ben congegnato, ha una direzione, un senso di marcia preciso: più si va avanti nell’ascolto e più nelle liriche cresce un’irrequietezza che si fa sempre più esistenziale, la musica viene avvolta da un’oscurità crescente, distorsioni si insinuano negli arpeggi acustici, sempre più vicine. Love Is The Low indugia ancora un attimo in zona Smith, Goldenage For Purehearts suona come se gli Spiritualized rifacessero i Low. Con The Dance Of The Red Feathers siamo a metà album e l’atmosfera è quantomeno sofferente: l’accompagnamento si rarefà, il basso va avanti ossessivo, la voce diventa secca, il sottofondo distorto cresce. Arpeggi pinkfloydianamente spezzati introducono The Bayou Is Endless, la tempesta emotiva prende le tinte di una pesantezza sonora stemperata appena da squarci luminosi di ukulele. Where’d You Go, Where’d You Go e la New (o Dark, che dir si voglia) Wave ritorna in primo piano, e nel frattempo “things are going wrong” ma musicalmente meno che mai. Quella sensazione di struggente mancanza che richiama il marchio di fabbrica dei The National prende il nome della zeppeliniana (arturiana?) Avalon nel ritornello di Meezer; un sospiro di sollievo a metà pezzo, ma dura una manciata di secondi e di nuovo a testa bassa nel vortice sonoro caotico e ordinato. Poi Rivertree ritorna inaspettatamente al folk intimista di inizio disco, ma la svolta decisiva è quella finale: We, The Ravens lancia l’ultimo grido di paura prima di sciogliersi in invocazione, quasi incitamento allo specchio, per andare a coricarsi su quel verso finale, titolo e chiave di lettura dei decadenti, barocchi, forse anacronistici ma certo sorprendenti tre quarti d’ora di Rightful Size Of Fears.

info | streaming/buy

(originariamente pubblicato su Viva! Varese Magazine, maggio 2011)

A proposito di Dan

Siccome parlare di musica è come ballare di architettura ma io non so ballare, qui scrivo di musica. » About
Questa voce è stata pubblicata in Recensioni e taggata come , , , , , , , , . Aggiungi ai segnalibri il permalink.