Tema: “La mia collezione di dischi”.

Raccolgo volentieri l’appello di bastonate, anche perché una roba così avevo già in testa di scriverla da un po’. So già che potrebbe venirne fuori un poema, ma sono disposto a correre il rischio (alla peggio scrivetemi sotto un tl;dr).

Svolgimento.

La mia collezione di dischi, non proprio sterminata, conta una settantina di vinili, una quarantina di 45 giri e un centinaio di cd. Poi c’è la collezione digitale che comprende -ad oggi- circa 900 album in FLAC e circa 13mila MP3. Ma questa è un’altra storia.

C’erano una volta gli anni ’90.

Mi piacerebbe dire che a sei anni assemblavo mixtape e compilavo classifiche, ma sarebbe una balla colossale. Sono nato nel 1988, quindi ho passato la maggior parte dei Novanta a giocare con le macchinine. Ciononostante, alcuni eventi hanno cominciato a mettere le basi -molto, molto lentamente- della mia futura collezione di dischi.
Dunque, nel ’95 giravamo con un’Alfa 33 reduce dal decennio precedente e dotata di preistorico mangianastri che sembrava la scatola nera di un aereo. Nello stesso anno i miei avevano comprato una cassetta che sarebbe rimasta per secoli in quell’autoradio: era Pavarotti & Friends 1995. D’estate andavamo al mare in Puglia e ascoltavamo quella cassetta per tutte le mille ore di viaggio. Ricordo ancora la tracklist: c’erano Jovanotti, Dolores O’Riordan, Meat Loaf, i Chieftains, Zucchero, Michael Kamen, ma soprattutto c’erano i Passengers. Ecco, ovviamente non sapevo chi minchia fosse Brian Eno, ma Miss Sarajevo mi aveva totalmente stregato, conquistato. Che poi forse è il motivo per cui il mio primo cd acquistato anni dopo furono gli U2.
Intanto nel ’96 accadde che qualcuno (un parente o forse un amico di parenti) andò con tutta probabilità in un negozio di dischi e chiese cosa andava forte tra i ragazzini in età scolare, e fu così che mi ritrovai sotto l’albero di Natale i primi due cd della mia vita: Spice Girls e Aqua. Va detto che questi due esemplari del peggior pop anni ’90 furono molto utili alla mia -difficile- vita sociale, considerato che a metà anni ’90 facevo le elementari, e se facevi le elementari a metà anni ’90 e non ascoltavi quei due gruppi lì eri un emarginato, una specie di lebbroso (le elementari sono una guerra costante). E così mi ritrovai le Spice Girls nel lettore cd del computer, perché un lettore cd vero non ce l’avevo.
Intanto avevo scoperto la collezione casalinga di vinili, un centinaio o giù di lì, lasciati a prender polvere in un angolo dimenticato del salotto. Avevo sviluppato istantaneamente un’attrazione morbosa per quei grossi cerchi neri che ci mettevi la puntina sopra e crepitavano e poi usciva la musica e se spegnevi lo stereo e mettevi l’orecchio vicino alla puntina si sentivano i suoni uscire pure da lì. In mezzo all’accozzaglia di Rondò Veneziano, compilation anni ’80 e cazzate pop all’italiana mi imbattei in Una giornata uggiosa di Battisti, e da lì nacque un grande amore che non ho più lasciato.
Poi il colpo di genio: ma se mi registrassi qualche canzone dal vinile alla cassetta per ascoltarmeli con il mio bellissimo walkman di plastica gialla e blu, che fino a quel momento aveva ospitato solo qualche scrausissima cassettina dello Zecchino d’Oro? Detto, fatto: il mio primo mixtape, curiosamente nato (quasi) nello stesso anno dell’uscita di Alta Fedeltà, ovviamente senza che io avessi la minima idea di chi potesse essere Nick Hornby né avessi mai sentito in vita mia la parola ‘mixtape’.
Gli anni successivi furono un misto di cazzate infantili e primi approcci con le cose serie. Frugando di nuovo e con più attenzione tra i vinili di famiglia saltò fuori un inaspettato primo album dei Led Zeppelin, e la grancassa selvaggia di Good Times Bad Times fu il mio primo approccio con il rock: avevo circa dieci anni. Poco dopo mio zio, sfegatato collezionista di tutte cose dei Pink Floyd, mi prestò il vinile di The Dark Side Of The Moon, disco a tutt’oggi non ha fatto ritorno al legittimo proprietario (Roberto, se per caso leggi: scusa). Fu un’inevitabile folgorazione.

Gli anni duemilazero.

Dopo aver vissuto di rendita a suon di cassette, vinili e quattro (dico proprio 4) cd, all’alba dei duemila comprai finalmente il mio primo cd serio: toccò a All That You Can’t Leave Behind, album oggi universalmente riconosciuto come uno dei più scarsi della carriera degli U2 ma che diede il via al mio totale inscimmiamento con questi quattro dublinesi che avrebbero monopolizzato i 4-5 anni successivi.
Nel 2001 andai in vacanza su un’isoletta inculatissima della Croazia e quella fu l’estate che mi innamorai dei R.E.M. (di questa cosa ho già scritto qui): mi fiondai all’Esselunga a comprare Reveal, una delle poche eccezioni che mi sia concesso alla smania per gli U2.
Cominciai anche a frequentare la storica Casa del Disco di Varese, dove comprai pressoché tutti i cd che possiedo oggi, tolti quelli comprati dai banchetti ai concerti. Ci passavo ore, rimiravo le edizioni rare, le ristampe in vinile e la vetrinetta da feticisti con le costosissime edizioni giappe di dischi spesso insulsi sotto ogni altro aspetto. Comprai anche il mio primo bootleg (gli U2 live a Genova nel 2001), senza aver mai sentito la parola bootleg e credendolo un album ufficiale (avevo tredic’anni).
Intanto arrivarono due rivoluzioni.
La prima fu l’internet in casa, con i primi rudimentali tentativi di download. Napster era appena stato chiuso, si scaricava con WinMX e il 56k: una sofferenza indicibile. Nevermind fu il primo ed ultimo album scaricato per intero con questi mezzi.
La seconda rivoluzione fu l’amico con l’ISDN (che faceva appena meno schifo del 56k, ma era già tanta roba) e soprattutto il masterizzatore. Fu la svolta sul fronte compilation fatte in casa: capitava che passassimo i pomeriggi a masterizzare cd su cd e avevamo inaugurato le nostre personali serie di mixtape (per modo di dire) con dentro le cose che ascoltavamo all’epoca. Quei mixtape ce li ho ancora, buttati su uno scaffale accanto al letto sotto forma di pigne multicolori di cd. Dentro c’erano sempre le stesse cose, un misto di oldies, alternative e l’occasionale cazzatella nu-metal o college-rock. Solo Smoke on the water non mancava mai. Non c’era nessun intento programmatico nei nostri mixtape: è che i lettori mp3 già esistevano ma erano ipercostosi e noi giravamo con i lettori cd salterini, confrontando le doti anti-shock dei differenti modelli mentre gli altri quattordicenni rivaleggiavano sulla velocità del loro motorino taroccato.
Poi arrivò il metal, intorno ai quindici anni, e coincise con l’arrivo dell’adsl e del download selvaggio. Insieme alla pirateria, forse per compensazione, cominciai a girare i mercatini dell’usato alla ricerca di vinili, assecondando la smania per i dischi “veri” che non mi aveva mai abbandonato da quando a otto anni li vedevo come giocattoloni. Comprai Ride The Lightning dei Metallica in vinile, ma fu una cosa passeggera perché tornai subito a setacciare gli scatoloni di oldies: Money and Cigarettes di Eric Clapton, mezza discografia dei Pink Floyd, Are You Experienced lo-sapete-di-chi. Insieme qualche primo, timido approccio con il jazz passando dalla fusion (avevo trovato Heavy Weather dei Weather Report in mezzo ai famosi vinili casalinghi), con il cantautorato serio (De Andrè in concerto la PFM, stessa fonte) e tanta, tanta passione per il blues che però non ho mai comprato su disco, pensando che l’aver iniziato a suonarlo mi esentasse dall’obbligo di possederne copie fisiche (e comunque avevo già mezza discografia degli Allman Brothers).

Oggi.

Insomma, era arrivato l’adsl e chissenefrega di buttar soldi in cd: ahimé, smisi di comprarli e tuttora non ho ricominciato.
O meglio, oggi compro spessissimo i dischi dai banchetti dei concerti, e intanto continuo a battere le bancarelle dell’usato a caccia di vinili risolvendomi a comprare sempre e solo quelli a cinque euro, ché i soldi son pochi. Ogni tanto entro pure in qualche negozietto di dischi che mi ispira e compro qualcosa, ma solo quando sono fuori città visto che Varese di negozi di dischi ne ha due e ormai li conosco a memoria. La mia collezione di vinili sta tutta su uno scaffale, in ordine alfabetico e quasi tutti dentro la loro bella busta trasparente (prima o poi compro uno stock di buste per quelli a cui manca). La mia collezione di cd sta tutta su un paio di scaffali, totalmente alla rinfusa. Compro un cd, lo rippo -rigorosamente in flac- sul computer, lo aggiungo alla pila sullo scaffale e me ne dimentico, ma non è feticismo, è pigrizia congenita.
Intanto scarico più di quanto riesca fisicamente ad ascoltare e mi riprometto che un giorno, con i soldi, mi farò una bella collezione di dischi veri. Forse.

A proposito di Dan

Siccome parlare di musica è come ballare di architettura ma io non so ballare, qui scrivo di musica. » About
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