Encode – Core (Ghost Records/Venus, 2011)

Nel 2005, quando i varesini Encode si mettono al lavoro sulla loro opera seconda, il post-rock è già roba vecchia, per qualcuno addirittura defunta, pace all’anima sua. Sei anni dopo Core raggiunge gli scaffali: non che si tratti di un disco propriamente post-rock, ma l’atmosfera è quella che si respira a cavallo tra 90s e 00s. Post-rock in (slow)Core, songwriting narcolettico, lentezza calibrata alla perfezione. Il lungo periodo di gestazione ha portato ad una scrittura densa e stilisticamente ben levigata che assorbe influenze disparate senza sbilanciarsi in una direzione particolare. Arpeggi in minore e batteria distesa nell’apripista The Flag impostano l’atmosfera, My Season Will Suck abbassa i ritmi prima di lasciare spazio ad Ausfahrt, impreziosita da quella voce femminile persa poi per strada, mentre la musica si piazza su un confine tra progressive e new wave in forte sapore Porcupine Tree. Six Days muove sempre più in zona Slint, Reset vira nell’acido e nei testi funerei anticipa l’ottima Memories Of Murder, notturna alla Interpol (la voce pure si attesta sullo stile, qui ancor più che altrove), tenebrosa alla The National. Reckoning rifà i Wilco depressi, Frost Killed Most Of The Sense parte Massimo Volume e chiude Sonic Youth. More Me, Less You, in odore dEUS, è il lento epitaffio di un album che in definitiva stupisce poco e nulla innova, ma soddisfa appieno. Musica fuori tempo massimo, catalogabile solo in un genere morto ammazzato anni fa, e proprio in questo suo anacronismo profondamente ammirevole.

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(originariamente pubblicato su Viva! Varese Magazine, giugno 2011)

A proposito di Dan

Siccome parlare di musica è come ballare di architettura ma io non so ballare, qui scrivo di musica. » About
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