Dente – Io tra di noi (Ghost Records/Venus, 2011)

Bukowski, il vecchio Hank, diceva che l’artista è uno che dice cose difficili in modo semplice. Ecco, Dente sa essere semplice, nella più nobile delle accezioni: è uno che si fa capire, e si (ti) guarda dentro per poi parlarti con una sincerità disarmante. Tante volte lo ascolti e ti sembra di stare allo specchio. Dente parla di amore, e parlare di amore non è facile perché se ne è parlato fin troppo. Parla di quando l’amore -rare volte- è bello e ne parla piano, sottovoce, come parleresti alla ragazza che accanto a te nel letto ancora dorme, anche se è già mattina. E parla soprattutto di quando l’amore non è bello, e ti senti un campo di battaglia dentro e devi rimettere insieme i pezzi. Dente è malinconico, e qui lo è molto: è vero, ci sono i momenti felici, ma sono sempre fugaci, apparizioni venate di nostalgia preventiva. L’arma contro la volubilità dell’amore è l’ironia, sommessa e dimessa, nascosta tra le righe e nei giochi di suoni e parole. Il ricordo ha sempre un ruolo fondamentale, perché l’amore è bello nel passato, l’amore è brutto nel passato. Come quando glielo avresti voluto dire, che quella notte ti sei alzato dal letto e hai scritto del suo corpo, e invece non l’hai fatto e glielo dici ora, da lontano (Casa tua); come quando nella testa ci trovi un io e te che forse non esiste più (Due volte niente), come quando ti svegli di fianco ad un cuscino vuoto e freddo e sai di essere solo (Da Varese a quel paese); come quella coppia fatta di una testa vuota e mille canzoni malinconiche, alcool e un’amica scema, e tu che li guardi da qui (Piccolo destino ridicolo); come quando tra le tue lenzuola c’è un sogno bellissimo che non ti fa dormire (Saldati), e vorresti attaccarti ai capelli di lei, biondi, entrare nei suoi occhi verdi (Pensiero associativo), e poi finisce male e già lo sapevi, perché un cuore di pietra preziosa è pur sempre un Cuore di pietra e due Rette parallele non si incontrano mai. Amore e solitudine, inseparabili. La musica: se la ascolti capisci subito quanto Dente sia cresciuto dai tempi di L’amore non è bello. La stessa band che si è fatta due intensi anni di tour ed è ormai affiatata e solida entra fin dall’inizio nel discorso creativo, nel concepimento del disco, e completa alla perfezione la dimensione cantautorale chitarra-voce da cui tutto -sempre- prende avvio. Il disco è punteggiato di incursioni orchestrali (curate da Massimo Martellotta ed Enrico Gabrielli), quasi filologiche nel riprendere e rifare certi arrangiamenti canzonistici italiani, con gusto e discrezione. Completa il quadro la presenza in studio, per la prima volta, di Tommaso Colliva (Calibro 35, Muse, Franz Ferdinand e compagnia) in veste di produttore. Io tra di noi è un disco importante, ma soprattutto è un disco bello. Ah, dimenticavo: esce l’undici ottobre, cioè II-IO-II.

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(originariamente pubblicato su Viva! Varese Magazine, ottobre 2011)

A proposito di Dan

Siccome parlare di musica è come ballare di architettura ma io non so ballare, qui scrivo di musica. » About
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