Brunori Sas – Vol. 2: Poveri cristi (Picicca, 2011)

Chi scrive torna or ora da quella sorta di Woodstock nostrana che è Balla Coi Cinghiali, dove ha assistito -tra le altre cose- all’esibizione infuocata di Dario Brunori e soci sul main stage del festival. Accanto a me, un figuro di quelli jeans-a-sigaretta-camicia-a-quadri-occhiali-spessi a metà concerto ha urlato a pieni polmoni un “Brunori, sei troppo indie!”. Vero, ma cosa rende indie un trentaqualcosaenne che parla di calcio e Padre Pio? Gli occhiali da vista spessi, anzitutto. Ma più che altro il fatto che già nell’esordio di Vol. I la scelta, in un momento in cui gli altri si davano da fare per smitizzare (e insieme mitizzare) gli anni zero, era stata quella di voltarsi indietro e lanciare uno sguardo nostalgico e insieme divertito all’epopea di un’adolescenza a cavallo tra anni ’80 e ’90, autobiografica quanto universale.

Un gusto tutto retrò giocato su accordi essenziali (Harlan Howard approverebbe) e una mitragliata di nananà che sono subito diventati il suo marchio di fabbrica (cfr. la pagina dedicata su Facebook) e fanno urlare a squarciagola un pubblico forse un po’ provato dei fiumi di paroloni che il cantautorato odierno spesso propina. Ecco, dopo questo primo lavoro, dopo un tour trionfale e dopo il riconoscimento di due importanti premi intitolati a numi tutelari della canzone leggera (parlo di Ciampi e Tenco), la ditta Brunori ritorna con un nuovo album, un altro titolo minimale e un approccio musicale invariato negli ingredienti di base ma arricchito da nuove sfumature. La ricetta di Vol. II è la stessa dell’esordio, perfezionata da arrangiamenti più studiati e ampliata da accompagnamenti orchestrali sempre funzionali e ben costruiti. I testi continuano a guardare a quella scuola che fa idealmente capo a Rino Gaetano e allo stesso tempo sposano i toni e i timbri dei capisaldi della storia cantautorale italiana antica (Battisti su tutti) e recente, con i nomi di Dente e Dimartino che fanno capolino tra i credits per, rispettivamente, Il suo sorriso e Animal Colletti (quest’ultima traccia poi è un calderone di citazioni e riferimenti, a partire dal titolo indierockeggiante). La differenza con il Vol. I sta sostanzialmente nel concept alla base del disco, sintetizzato in quel Poveri cristi che campeggia sulla copertina in veste di sottotitolo (ma volendo anche dedica). Non è più saga adolescenziale, ma un grande affresco della tragicomica realtà quotidiana di tanti -appunto- poveri cristi che sono tipi rappresentativi di un’umanità fatta di persone normali e di esistenze normalmente disperate. In questo universo il cantautore non se ne sta in posizione di narratore onnisciente e giudicante, ma si tuffa all’interno delle storie che racconta, fianco a fianco con i personaggi di un mondo inventato ma non troppo di cui egli stesso proclama di far parte. L’autobiografismo dell’episodio precedente è ancora forte, ma la cifra complessiva è quella di un iperrealismo schiettamente romantico giocato sui toni affettuosi di una Sensucht che è sentimento nazional-popolare, una precarietà emotiva generazionale e universale. A voler sintetizzare, la formula Brunori rimane quella -efficacissima- di canzoni che parlano di qualcuno per parlare a tutti, e il risultato lo si vede sulla bocca dell’eterogeneo pubblico dei suoi concerti, il luogo in cui questi due Volumi prendono veramente vita. Confidiamo sicuramente in una trilogia.

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(originariamente pubblicato su Viva! Varese Magazine, settembre 2011)

A proposito di Dan

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